05/04/16

Pensieri sconclusionati

Una storia, una esperienza non deve lasciare per forza un fottuto insegnamento.
Cosa siamo alla fine di tutto. Cosa ci sopravvive se non il ricordo nella testa di chi ha incrociato la nostra strada?
Perché ci piace tanto accumulare?
Perché così tante persone si concentrano sugli altri, diventano giudici, vati, saggi, migliori?
Odio chi calpesta il valore supremo del rispetto. Odio chi vive per il sorpasso sociale, le pulci umane,
Gli arrivisti, i vuoti, gli avidi (i peggiori). Non li sopporto e non li perdono.
Divento, giorno dopo giorno, terribilmente intollerante verso chi non capisce che tutte le cose belle lo sono solo se condivise. Che un uomo solo è solo un uomo solo.
Amo follemente la socialità, la chiacchierata, la condivisione.
Forse sto solo invecchiando, forse questo Lambrusco era troppo. Forse è solo il momento giusto per sbottare!
Hasta

13/07/15

Un rosato bono



Caparsa è un'azienda del Chianti, situata a Radda in Chianti, per la precisione, ed è una di quelle che più ti buttano in faccia il territorio, l'annata, la lentezza dell'evoluzione, la passione vignaiola.
Dei rossi parlerò approfonditamente un'altra volta perchè meritano più tempo. Ora volevo solo consigliare ai miei due lettori l'acquisto del rosato 2014, che sto sorseggiando in questo istante, perchè è uno di quei vini da bere a secchiate. Ha un naso pochissimo ruffiano ( spesso è il difetto dei rosati), ma piccante, se me lo concedete, succoso come quando accarezza le vostre papille gustative esplodendo in un mix di sale, acidità e frutto "croccante" che non vi fa smettere di bere. In azienda si fa agricoltura sana e si vinifica accompagnando il succo d'uva senza tanto intervenire. Il risultato è una serie di vini che raccontano quel pezzo di terra ma anche quella zona, senza fare occhiolini a nessuno ma tirando dritto per la propria strada. Vini a volte difficili e sicuramente non ruffiani ma che ti sanno conquistare.

Hasta

Il blues, non me ne vorrà Paolo Cianferoni, è la musica che associo di default a Caparsa.

10/07/15

Vini naturali all'Expo? No, ma dai...



Mi piacciono i vini naturali, ormai lo sapete, e non sono più uno dei pochi ad apprezzarli. Siamo in tanti. Ora: leggo che il 12 Luglio si parlerà di vini naturali all'Expo di Milano. La curiosità di approfondire la notizia è molta.
La conferenza si intitola: " Il vino naturale... e innaturale". La cosa inizia a puzzicchiarmi un po', visto che ho il vizio di vedere sempre del marcio dietro tutto ma mi dico che sto sbagliando. Il fatto che tema che la conferenza voglia parlar benino dei vini naturali e bene degli altri ( sottolineando il fatto che noi sinistroidi ecologisti puzzoni sputiamo sui vini convenzionali e ricchi di chimica, e li sputiamo pure...), è solo un mio problema, sono il solito pessimista che soffre di preconcetti verso l'Expo.
Giusto: vediamo chi parlerà!
Vedrai che ci sarà Bea, chessò, Maule, la Feiring...
Allora:
Angelo Gaja ( omnipresente, famoso produttore, convenzionale)
Oscar Farinetti ( padrone di casa, di cui non voglio parlare perchè vorrei tenere i toni bassi...)
Attilio Scienza ( luminare di viticoltura)
Il Professor Gerbi ( Titolare di enologia in università a Torino)
Helmut Kocher (  Direttore del Merano Wine festival, probabilmente la fiera più bella d'Italia, anche se secondo me quella festaiola di Fornovo...)
Walter Massa (produttore anarchico, che adoro, ma che non è il primo nome che ti viene in mente quando parli di vini naturali)
E poi?
Stop
...
...
...
...
...
...
..
..
.
.
.
Mavaffanculo!


Hasta


 Vi linko un video sulla splendida gente di Carussin, gente ( e vini) naturale.

13/06/15

Posti affascinanti

C'è una zona, in Toscana, schiacciata fra le province di Lucca e Pistoia, soprannominata "La Svizzera Pesciatina".
E' un'area che segue il corso di un torrente, il Pescia di Pescia, ed i suoi affluenti. Un'area ricca di acqua e, quindi, di vegetazione. Un tempo, parlo del medioevo o giù di lì, zona fondamentale perchè divideva i ducati di Lucca e Firenze, motivo per cui è costellata di fortificazioni e torri di avvistamento: le Castella.
Quest'ultime, col tempo, sono diventate paesotti dalle vedute splendide e dalle conformazioni a ventaglio che le rendono, viste da lontano, bellissime. L'economia di quella zona si è retta per molto tempo sulla produzione di carta ma recentemente, insieme alle cartiere, se n'è andata anche molta gente, tanto che alcuni paesi danno l'impressione di luoghi ormai abbandonati, specie all'ora di pranzo... Indubbiamente, però, come tutti i luoghi nei quali sono evidenti queste fughe, assumono il fascino del mistero, che in conformazioni urbanistiche nettamente medievali, si amplificano molto. Per motivi di tempo siamo riusciti a visitare solo alcune delle dieci Castella di questa florida e bellissima zona: Sorana, Castelvecchio, Stiappa, Pontito, Vellano. Le altre sono: S. Quirico, Medicina, Aramo, Fibbialla e Pietrabuona.
E' davvero curioso girovagare tra viuzze, tunnel, case abbandonate, salite ripide e polverose. Si respira un'aria antica, senza tempo e modernità, decisamente malinconica ed amara ma di quelle che ti pizzicano l'anima. Le persone, quelle poche che abbiamo incontrato e con le quali abbiamo scambiato qualche parola, hanno quell'antica ospitalità leggera, senza sovrastrutture, che ti fa stare bene.
Una di queste, con un calore umano ed una passione per il suo territorio, per ciò cui ha contribuito a risanare e mantenere, ci ha condotto in un luogo di quelli che ti proiettano in epoche lontane: la Pieve dei SS. Ansano e Tommaso, chiesa longobarda del XII secolo dalle rappresentazioni misteriose, cupe e di difficile interpretazione, che ne fanno un luogo misterioso e circondato da leggende di vario tipo. Chiusa e visitabile solo su appuntamento, ci è stata gentilmente aperta e raccontata con ardore e dovizia di particolari. L'interno è davvero pazzesco e la cripta lo è ancora di più. Ti trasportano davvero lontano e ti colpiscono profondamente. Il pochi altri posti ho provato simili sensazioni, sopite solamente da alcuni interventi di restauro meritori di frustate in piazza per l'assoluta mancanza di rispetto, gusto e competenza.
Quel convivere di cristianesimo e paganesimo, di credenza e religione, di conoscenze scientifiche, astronomiche e architettoniche ed errore umano ( qui hanno sbagliato il posizionamento della chiesa, mettendola parzialmente sopra un corso d'acqua sotterraneo che allagava la cripta, faceva periodicamente crollare il lato destro della chiesa ed ha costretto a posizionare il campanile, tozzo ed affascinante, dietro l'abside e non di lato) te la fa sembrare tanto più vicina a te, rispetto ad una cattedrale, magari più bella e perfetta ma distante dall'umanità e più proiettata verso il divino o la ricerca della perfezione.
Dopo questa visita ci sono state aperte le porte dell'oratorio del Santissimo rosario.
Un luogo davvero affascinante, aldilà delle sue funzioni , sia per la bellezza degli affreschi cinquecenteschi, sia perchè immerso nel nulla di un paesotto, sia perchè a mostrartelo è una persona che ha lottato per tirarlo fuori dalla condizione di abbandono ed incuria nel quale versava, trasformato com'era in magazzino.
Ci sono, tra le altre cose, esperimenti di tecniche pittoriche divertenti, se volete, ma sempre gustose, come un angelo che sembra girare la testa seguendo i tuoi movimenti nel corridoio, o i primi tentativi di occhi che ti fissano ovunque tu sia.
Luoghi belli, semplici e malinconici, veri, comunque, che vi consiglio di visitare. E' una Toscana diversa, ma altrettanto valida. Inutile dirvi che ci sono bontà gastronomiche uniche, tipo il fagiolo di Sorana e che praticamente ovunque mangi bene. Noi abbiamo passato una giornata davvero bella, nonostante i molti chilometri percorsi ( perchè le curve non mancano...). Andateci!
Hasta.
Piccola galleria fotografica






La musica di oggi è Toscana, molto toscana, di un toscano che a me manca tanto, perchè è tanto che non si fa sentire e che c'ha i cazzi sua, problemi seri e faticosi ma, almeno a me, garbava e di molto!

21/05/15

BB


 

BB King se n'è andato. Partito per un viaggio verso chissà dove. Ha solcato il mare di quasi un secolo, passando dai campi di cotone ai club di tutto il mondo. E' passato dall'essere schiavo ad essere Re ed è un destino per pochi. La sua chitarra aveva un nome, legato a risse, donne, incendi e corse a salvare strumento di musica e oggetto che ti fa mangiare. La sua chitarra, il suo nome, Lucille, gli ricordava tutti i giorni che ci vuole poco a morire ma che bisogna rischiare tutto per ciò che si ama, per seguire la propria strada. 
Ho visto diversi concerti di BB King e ne sono orgoglioso. Il blues è una cosa strana, lo sanno bene coloro che lo amano. Non è uno stile di far musica, tipo il country, e non è uno stile di vita, per quanto in molti lo pensano, perchè o hai raccolto il cotone o non puoi dire che vivi da bluesman. Per me è un linguaggio, un che di spirituale che unisce tante persone, gente che vive male il suo tempo, che fa fatica ( in senso lato, ovviamente...). Quando inizi a capirlo tutto cambia. E' allora che senti quello che ti sta dicendo Jimi Hendrix con la sua chitarra, o Muddy Waters con la sua. Capisci, quasi fossero dialetti di una vera e propria lingua, le differenze fra lo stile di J.L.Hooker e gli ululati di Howlin' Wolf, fra lo slide di Johnny Winter e i fraseggi di Freddy King. Sono voci differenti che parlano uno stesso linguaggio, usando parole, stili, frasi diverse ma accomunate dalla stessa lingua. BB King si distingueva per la avidità di note, tutte, però dense di emozioni. Solo quelle giuste, dice qualcuno, nessuna in più. Tutte calde, però, sostenute da quel tocco unico sulla corda, impossibile da replicare. Vederlo, a 80 anni, mentre suona in una delle sue duecento date annuali, col sorriso stampato in viso, nonostante la fatica fisica e la malattia, con la battuta pronta, con l'evidente divertimento in ciò che fa, mi ha fatto capire chi è il musicista e chi è il coglioncello che ha fatto un paio di dischi di successo ma vale quanto un brufolo nel culo di un adolescente della bassa provincia. 
Putroppo BB se n'è andato e non potremo più sentire quello che aveva da dirci ancora, frutto di una vita on the road, per molto, tanto tempo su un pullman, in giro per l'America. Quando da ragazzo condividevo molto del mio tempo con gli amici, suonando anche del buon blues, adoravo il momento in cui, nella scaletta dei nostri concerti, arrivava il momento dell'ultima canzone: The thrill is gone. Aveva una durata di almeno 10 minuti ed aveva la duplice funzione di allentare il ritmo e allontanare lentamente l'attenzione della gente da noi e di permetterci di scaricare l'adrenalina dellla serata in maniera ipnotica, perchè questa è una canzone ipnotica. Se ci penso sento ancora quella sensazione di improvviso relax, di viaggio musicale nei luoghi in cui tutti i miei amici, su quei palchi, mi portavano con improvvisazioni, stacchi, occhiate. Ed il dolore per questa asenza improvvisa si fa fitto. Direte: ma se nemmeno lo conoscevi! Sapere che c'era aiutava, credetemi. E' un po' come la sicurezza che può dare, nel deserto più profondo che ci sia, vedere un ripetitore per il cellulare, un qualcosa che ti riporta indietro quando sei perso, una voce appena intuita quando ti senti caduto in un profondo pozzo.
Un altro pezzettino di storia, di blues, è affondato fra le paludi di questo mondo.
Non ci resta che salutare il Re burlone, sempre pronto a non prendersi sul serio, ed a tirare avanti, tenendoci stretto e vivo ciò che ci ha dato.
Hasta


08/05/15

La mia su Expo 2015

Tutti dicono la propria e non vedo perchè non debba farlo io...
L'expo è una fiera espositiva. Partiamo da qui. L'origine della parola "fiera"  sta in quella latina "feria", cioè giorno di festa. Ci si diverte, se magna e beve, balli, tricchetracche. Quella di sfamare il mondo, o di capire come farlo, è il titolone, la maniera di lavarsi la coscienza, come la fogliolina di insalata nel doppio cheeseburger. In tanti si stanno divertendo ed in tanti si divertiranno. Qualcuno, leggi Slowfood, comincia a capire che svolge il ruolo di quello invitato alle feste perchè c'ha i dischi e che poi non caga nessuno per tutto il tempo, e mi sa che si sta divertendo meno, pentito di essersi fatto prendere per i fondelli dai soliti porci. L'expo è l'esposizione all'ennesima potenza di cosa sia diventato questo paese: sfrontatezza e mancanza di pudore, tanti soldi in mano di pochi e gli altri vadano in culo. 
Il tema vero, quello che si dovrebbe affrontare con urgenza e che abbraccia sia l'alimentazione che ciò che sta dietro a questa ( agricoltura, allevamento, ecologia, trasformazione, cultura e tradizione locale, salubrità, etc etc), secondo me, e non solo, DEVE per forza passare attraverso il concetto di decrescita e l'abbandono, ovviamente graduale, del sistema della crescita come unica religione. Siamo troppi, consumiamo troppo, produciamo troppo e le risorse non sono infinite. L'approccio deve tornare ad essere guidato dal cervello e non dal portafoglio ( dei soliti, poi...). Per un albero abbattuto ne va piantato un altro e questo lo capisce anche un bambino. Ma di decrescita, magari, parliamo un'altra volta, ora torniamo ad expo. Mi ha colpito una iniziativa, se vogliamo anche carina, per quanto ipocrita: gli chef che riutilizzeranno gli scarti alimentari di Expo per produrre pasti per studenti e senza tetto. Iniziativa lodevole, lo ripeto, ma non avrebbe avuto più senso, per rispetto alla coerenza ed agli intenti della fiera, attuare un programma di riduzione importante degli scarti ( che ho idea siano parecchi...).
Se vado allo stand pugliese per provare la meravigliosa burrata e alle 19 mi dicono:" ci scusi ma è finita, perchè portiamo giusto quella che ci serve per la giornata per non produrre scarti, rifiuti, inquinamento, e perchè non ho un prodotto industriale ma artigianale", mi girano sì le balle ma poi apprezzo la sensibilità di chi ho di fronte e mi consolerò con una frisella.
Non mi fa arrabbiare il fatto che expo esista: di farloccate del genere se ne fanno tante! Mi rode lo spreco di denaro, in un paese che sta strizzando la gente ( speriamo, a proposito, di non crollare, ad expo finito come hanno fatto Spagna e  Grecia ...), mi rode che è evidente che in ogni grande cosa fatta in Italia ci mettano le mani la malavita ed i soliti noti ma che si continuino a fare. Mi fa incazzare che le promesse fatte dall'amministrazione comunale di Milano, ai tempi della imbecille della Moratti, ( alberi, piste ciclabili, vie d'acqua, etc), siano volate come nuvolette e nessuno ne parli. Mi fa arrabbiare, poi, il fatto che non si parli realmente di ciò che il nostro paese potrebbe fare, con politiche, appunto, rivolte alla descrescita, al ritorno alla terra, alla valorizzazione delle nostre risorse turistiche ed artistiche e al randellamento vero di chi ha mangiato o mangia.
Quando, poi, qualcuno vuole parlare, vuole manifestare contro questa ipocrisia ed ha cose da dire, viene zittito da quattro pirla che sfasciano tutto e, con la coda tra le loro gambucce da conigli di merda, si dileguano senza spiegare i loro gesti o subirne le conseguenze, da uomini.
Il potere, ovviamente, se ne approfitta ed allora tutti a parlare di quattro macchine bruciate e di Bordello, e nemmeno una intervista a qualcuno di quelli del corteo vero, che cose da dire, sensate e democratiche, ne aveva di certo molte. 
Ed ora, il baraccone va avanti, fra simmenthal sotto l'insegna Eataly, cocacole e panini gourmet mecdonaldosi ( Ma va a cagare...), i sorrisoni di quelli che si stanno riempendo le tasche di dollaroni senza spendere un eurino, in una bellissima festa alla quale le persone vere non sono invitate.
Per fortuna, comunque, che le persone vere esistono: vanno cercate, ci si deve chiacchierare, guardandoli negli occhi e bisogna scegliere loro e premiare ciò che fanno.
Hasta


30/04/15

Un compleanno da Pacina

Certe cose succedono per bizzarre casualità, per l'effetto domino di altre cose successe chissà dove e quando. A volte finisci per ritrovarti in luoghi che ti segnano, in qualche modo e conosci persone fanno altrettanto.
Così mi è successo qualche tempo fa, precisamente il giorno del mio compleanno.
Sono venute a trovarci due cari amici trovati in condizioni egualmente casuali, qualche anno fa. Anch'essi possiedono un luogo di quelli che ti toccano il cuore perchè pregni di passione: l'agriturismo Il Castagneto, vicino a Sestri Levante.
Aggregatici a loro siamo finiti a Pacina, una località estremamente affascinante a due passi da noi: a Castelnuovo Berardenga. Dovevano incontrare dei loro amici, Giovanna e Stefano, produttori di vino. Già li conoscevamo anche noi ma così, in maniera superficiale e di rimbalzo.
La giornata si è andata via via costruendo in maniera roccambolesca, facendo saltare i nostri piani per la serata che doveva essere di festeggiamento vis a vis in qualche ristorantino di zona. Insomma, siamo finiti a cena a casa di Stefano e Giovanna, in compagnia dei nostri amici Pippo e Natalia, e passato una serata che difficilmente dimenticherò, avvolti in una atmosfera rilassata e calda, serena ed amichevole che ha mi ancora di più convinto di quanto debba essere ricercato il contatto umano, in questi tempi di superficialità e distacco e di quanto sia davvero bello e profondamente radicato nella nostra cultura (anche questa lentamente stuprata) il valore del condividere la tavola, della chiacchiera a ruota sciolta davanti ad un calice di vino, dell' essere circondati da persone che ami, stimi e che sono come te appassionati di umanità.
Regali bellissimi ed unici sono stati il sorriso vero di Giovanna, il blues cantato a luci spente da Natalia, con la voce spezzata da dolore e fatica, l' antica cortesia di Stefano, gli abbracci di Pippo, la calda presenza di mia moglie e le sue emozioni incontrollate e belle.

In tutto questo vorrei anche parlare dell'azienda vinicola che ci ha accolto: Pacina, appunto.
E' un luogo che consiglio a tutti di vedere e visitare. Le parole di Giovanna sono sicuramente le uniche che possono farti capire realmente cosa abbia di speciale quel luogo. E' l'unica volta che un vignaiolo è riuscito a commuovermi mentre mi raccontava cos'è la sua azienda.
Banalmente è una azienda dalle dimensioni sufficienti per avere una autonomia economica e per poter essere gestita in maniera artigianale. C'è enorme rispetto dei proprietari per questo luogo, consapevoli che esiste da sempre e che esisterà dopo di loro. Giovanna e Stefano vivono il loro ruolo da “custodi” e non da “padroni” ed intorno a questo ruota il loro approccio all'agricoltura, assolutamente rispettosa di suoli, piante, vita, ed alla produzione di vino. In cantina si accompagna solamente l'uva nel processo di vinificazione senza intervenire ed i risultati sono davvero ottimi. Ciò che mi appassiona a questi vini è una nota, sia olfattiva che gustativa, che li accomuna tutti. La chiamo la “nota Pacina” e che è perfettamente coerente con il luogo e la filosofia dei proprietari. Pacina è un luogo, un essere vivente, se volete, con tutti gli attributi e con un suo carattere forte. E' per questo che esiste un filo conduttore che lega ogni singolo aspetto e lo rende un posto così saturo di energia benefica. Scado nel mistico, abbiate pazienza, ma solo avendone esperienza potete capire.
I vini sono incredibilmente toscani. Burberi ma profondi, di gran carattere.
C'è un vino intorno al quale gira la produzione: il Pacina. E' un uvaggio chiantigiano ( sangiovese, canaiolo e ciliegiolo). Un tempo si fregiava della doc Chianti ma di recente, la commissione lo bocciava non rientrando nei canoni del disciplinare, lasciandosi così sfuggire uno dei pochi vini che davvero rappresentano il Chianti. Ma tant'è...
L'impegno, anno dopo anno, è rivolto a creare il prodotto migliore possibile utilizzando le migliori uve. E' un gran vino, a mio parere, che può lasciare perplessi coloro che si sono abituati a vini da guida, ma che lascia il segno in coloro che ci riflettono sopra o ci rivedono il luogo di provenienza.
“Il secondo “ di Pacina è più schietto e, se vogliamo, più semplice, immediato ma è un vino quotidiano come pochi altri.
Il rosato, spigoloso e puntuto, con acidità spinta e struttura, ma con profumi croccanti, è difficile ma appagante, soprattutto a tavola.
La Malena è una sirah robusta, speziata, profonda.
In annate ottime vengono prodotti anche il Villa Pacina, sangiovese in purezza che, col tempo, dà profondità ed eleganza unica, il Pacna ( il nome etrusco di questo luogo), anch'esso sangiovese, di una notevole classe. Ho avuto la fortuna di provarli e vi assicuro che sono vini che non dimentichi.
“La Sorpresa” è un vino dolce ( un vinsanto con troppo poco alcool...) curioso e buonissimo!
Tutti i vini sono sani, hanno una estrema digeribilità, basse quantità di solforosa e prezzi giusti.
L'azienda produce anche un ottimo farro e dei ceci piccini di primissima qualità ed hanno alcuni appartamenti che affittano come agriturismo.
Consiglio a tutti sia di assaggiare i prodotti di Stefano e Giovanna, sia di visitare l'azienda ( la cantina antica è bellissima!), perchè ne vale la pena ( momento pubblicitario!).
Vi consiglio, inoltre, la visione del documentario-film di Nossiter “ Resistenza Naturale”, sia perchè si parla anche di Pacina sia perchè fa capire schiettamente e chiaramente perchè è così importante iniziare ad approcciarsi ai vini naturali e ad una visione di economia, agricoltura, ecologia, umanità più responsabile.
Hasta


18/10/14

Vannino

“Peppina, vai a chiamare Vannino, per piacere! E' tardi. Tra poco arriva il prete e bisogna andare”.
Vannino, gli occhi socchiusi per quella luce gialla di sole e grano, guarda lontano, nei campi ma non cerca niente: guarda e basta. Aspetta di sentire in lontananza il suo nome, gridato da qualcuno che lo riporterà alla realtà delle cose. C'è il funerale di sua sorella, tra poco e Vannino starebbe più volentieri al campo, col suo amico corvo al seguito, tentato da qualche seme e da una compagnia insolita. Se non fosse l'occasione di rivedere suo papà, dopo quasi un anno, scapperebbe a nascondersi con le pecore, aspettando che tutto sia finito. A Giugno la piana si anima: è l'ora del grano. La Sicilia diventa un fermento, simile solo al periodo della vendemmia. Di uguale c'è l'arrivo dell'oro negli occhi, riflesso da piante tanto diverse, frumento e vite, che acceca ma scalda il cuore.

Raffaele scalpita, si batte le mani sulle cosce, sul sedile di legno di quel treno che sembra andare al rallentatore. E' tardi e lui è ancora lontano. Rischia di non arrivare in tempo. Non può farci niente, comunque, e lo sa, per cui prova a concentrarsi su quello che vede attraverso il finestrino, realtà mossa, sfocata appena ma calda. E' un anno che non la vede, la sua Sicilia, buttato lontano, in quella Libia che deve essere italiana per qualche motivo che gli sfugge. Ha schivato pallottole, ha fatto carte false per poter tornare a casa a salutare la sua bambina dai grandi occhi azzurri, immagine scolpita nella sua testa, vispi e pieni di voglia di masticare la vita. La miseria gliel'ha strappata via. La guerra gli ha rubato la gioia di vederla correre per casa, di crescere finchè doveva crescere, ed anche il dovere di aiutarla a partire, con il viso del padre negli occhi ed il cuore sereno, almeno un po'.

“Vannino, Vannino, Dove sei?”
“Arrivo, arrivo!”
La mamma lo veste, gli sistema la riga in testa col vecchio pettine scorticato e gli dà una carezza sulla guancia inumidita dalle lacrime. Papà non c'è e Vannino piange.
In chiesa sta ad ascoltare quello che il prete dice, recita, canta e non ci capisce niente. Gli sembra una filastrocca senza senso. Il fastidio per l'odoraccio dell'incenso è appena mitigato dal profumo di sua zia Rosa, che sa di pane e olive. Si gira spesso verso l'ingresso della chiesa: cerca suo padre ma non lo vede mai. Dov'è? Poi pensa che domani dovrà controllare la staccionata delle pecore perchè ha bisogno di essere rinforzata: magari Turi la riparerà, se avrà tempo. La vorrebbe sistemare lui ma è troppo piccolo, ancora: certi lavori li fanno i grandi. A sei anni che vuole fare? Cresce in fretta, Vannino ed è bene così: non c'è tempo di essere bambini, nel '42.

Si vede il paese, finalmente. Ecco arrivare il treno alla stazione. Raffaele scende in fretta e corre, corre verso la chiesa ma non ci trova nessuno: il corteo, piccolo piccolo come la cassa sul carretto, si sta già lentamente muovendo verso il Camposanto. La divisa è pesante, sudata e questa luce, gialla di sole e terra, acceca e stanca.

Vannino è proprio dietro il carretto, vicino alla mamma e alla nonna, entrambe in lacrime. Si dispera, la mamma, grida al mondo il bene che le voleva, urla il suo odio a chi gli tiene lontano il marito, anche in questi momenti. Urla forte, che tutti la sentano, anche quelli che non ci sono. Vannino guarda il carretto fin quando un raggio di sole filtra fra le assi e gli si punta negli occhi. Luce gialla di sole e vita. Lo copre col dorso della mano e sente il tonfo del carretto, sballottato per una buca. E' un attimo. La cassa scivola e si appoggia in terra, fra lo stupore di tutti. Due zii si avvicinano per rimetterla a posto ma sentono due mani appoggiarglisi sulle spalle. Raffaele, la voce rotta dalla corsa e dal dolore, gli chiede di poterla risistemare da solo e lo fa.
Vannino lo guarda, grande e fiero nella sua divisa e gli si avvicina, toccandogli il pantalone. “Sei arrivato in tempo! Lo sapevo che ci saresti riuscito!”
Raffaele gli mette in testa il basco e gli chiede di aspettare, strizzandogli l'occhio.
Hanno detto che la bambina non voleva partire senza il saluto del papà e che sia successo per permettere a Raffaele di arrivare in tempo. I soliti scettici, invece, parlano di casualità e cose così.
Vannino, invece, si è sempre portato in cuore quella luce, gialla come tante cose e forte da farti chiudere gli occhi, forse perchè ad occhi chiusi si sogna meglio.

21/07/14

Vento ( quello sbagliato)

 ... Io chiedo quando sarà
che l'uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare
 e il vento si poserà



12/05/14

Schiaffoni

Io sono un giornalista, ok?
Arrivo chiedere a Dell'Utri una dichiarazione alla sua condanna per associazione mafiosa. Ok? 
Lui risponde che è un prigioniero politico e che se verrà estradato in Italia VUOLE essere affidato ai servizi sociali. Ok? 
Io gli do uno schiaffo, mi dispiace. Uno schiaffo lo merita, no?

Hasta


Ps: in alternativa chiamo Spalman


18/04/14

Un addio.

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito...

Così inizia il più bel libro mai scritto ( secondo me, ovviamente). 
La tristezza mi riempie nel giorno della scomparsa di Gabriel Garcia Marquez e la mia mente non può che tornare a Macondo, dove diverse volte si è persa e ritrovata,in questi anni di letture e riletture.
Un saluto lo merita, un uomo che riesce a farti volare.
Hasta.

Metto solo una canzone dell'album dei Modena City Ramblers Terra e Libertà, ispirata dal libro di cui sopra, ma vi consiglio di ascoltarlo tutto.

11/04/14

Ma che ministri!

Mi sono imbattuto in una notizia che riportava alcune dichiarazioni del neo-ministro Guidi riguardanti la priorità della trivellazione sulla crescita turistica del nostro paese, il sud in particolare.
Allora: non voglio pensare che ci siano interessi personali o di "famiglia" dietro questi intenti ( leggi qui), perchè non sono malizioso (!) ma mi colpisce l'ottusità ancora regnante nella classe dirigenziale italiana. Ormai è palese anche ad un ignorante come me che l'Italia e una parte dell'occidente ( Grecia, Spagna, Portogallo, etc) non è, e mai lo sarà, competitiva a livello industriale con i nuovi paesi orientali o quelli storicamente forti come la Germania. Il nostro paese unico al mondo per un mix di diverse cose: bellezza paesaggistica, arte, eno-gastronomia, prodotti tipici e agricoltura, artigianato. Insomma l'Italia è un luogo di vacanza ideale. Queste cose non sono riproducibili: nessuno ce le può copiare o migliorarle. Al massimo potrà farci concorrenza proponendo un'alternativa, più o meno attraente ma, in ogni caso, diversa. E' in queste cose che dovremmo concentrarci. Sono tutti settori con ampi margini di crescita e con la possibilità di reclutare gli esuberi del comparto industriale e, secondo, me, di creare pure nuovi posti di lavoro. Non dico che non serva energia ma investire sul petrolio mi sembra un'idea degli anni settanta ( per non dire " da rincoglioniti"...), considerando il forte impatto ambientale e di salute pubblica di una scelta del genere. A mio parere va rivisto il futuro in una direzione diversa. Dobbiamo tornare indietro. Il turismo, in tutte le sue sfaccettature, può portare grande fermento e tanta occupazione. Con politiche agricole di sostegno alle nuove imprese, soprattutto agevolazioni fiscali, e rivedendo le politiche comunitarie che spesso ci obbligano a scelte assurde ( vedi l'acquisto di verdure dall'estero, quando qui ne avremmo per tutti...) una luce verso l'uscita dal tunnel si vedrebbe. Non credo, onestamente, che una persona uscita da una catena di montaggio si rifiuterebbe di riciclarsi in contadino o casaro o giardiniere ( e in caso sarebbero affari suoi...). 
Il guaio è che il potere è in mano ad un gruppo di persone, marionette di poteri economici enormi, che sono sanguisughe del sistema e ne stanno ciucciando via tutte le risorse, fottendosene di futuro, persone ed etica. Per quanto, poi, uno possa anche solo pensare di cambiare le cose, ahimè, ci sbatterà sempre il muso e verrà rimesso al suo posto. Resta da intraprendere la strada personale della ricerca della serenità, di un approccio differente verso il mondo e gli altri e godersi la vita finchè ci è concessa. 
Alla ministra mi vene da chiedere di rivedere un po' le sue dichiarazioni, sicuramente infelici, ragionando su quante persone calpesterebbe una politica come la sua.
Hasta
In onore della splendida Basilicata, traumatizzata da trivelle e falde inquinate:

26/03/14

Changes

Dopo molti anni, ormai,  di un vestitino, lo stesso, mi è venuta voglia di cambiare. Eccolo qui il nuovo punto di vista, che invece, non cambia ambizioni. 
Spero piaccia agli avventori, agli amici, a coloro che capitano qui più per sbaglio che per volontà. Hasta!

25/03/14

Il mio primo Radikon


Era il momento giusto. L'ho visto lì, sullo scaffale e l'ho preso. Era il Jakot 2005 del visionario produttore friulano.
E' durato, pochissimo, a casa mia: il tempo di preparare la cena.
E' un Friulano, il vecchio Tocai. In vigna rarissimi trattamenti ma con prodotti naturali e non di sintesi. Altissima densità di impianto, viti stressate che producono poca uva ma di altissima qualità.
Vinificazione con le bucce e macerazione per 40 giorni. Poi 40 mesi in botte. Niente controllo di temperatura, lieviti autoctoni, solo follature e travasi. Il colore è rame. Nessun segno di ossidazione al naso. Quello che ti morde il naso è un mix di fiori ( camomilla, mimosa) e frutta secca (mandorla), disidratata e scorza di agrumi. Se chiudi gli occhi, poi, dopo un paio di ore dall'apertura, arriva la brezza del mare, salata e fresca. Sembra strano a dirsi ma il profumo di questo vino ha un che di amaro, non so come spiegarlo ma è così... Il primo sorso è pazzesco: sapidità alle stelle, un lievissimo tannino e una vena agrumata davvero piacevole. Ritorna la nota amara, quasi di scorzetta di pompelmo e il cervello ti richiama un altro bicchiere e poi un altro ancora. Occhio perchè la bottiglia è da 50 cl e finisce in fretta! Il finale è asciutto ma lunghissimo, con la bocca che schiocca per un bel po', stimolata da quella sapidità fantastica e quella leggera sensazione amara ma accattivante (nonchè tipica dell'uva Tocai)
Lo consiglio agli amanti della tipologia e lo sconsiglio a chi cerca un vino poco cerebrale e "confortevole". Mi raccomando va bevuto a temperatura ambiente!
Hasta.
Bevetelo ascoltandovi questa: